
E' da oltre due mesi che medito, caro Professore, sull'opportunità di mettere nero su bianco una mia sensazione di fastidio - come sabbia negli occhi - che mi nacque ascoltando un suo concerto a Castiglione del Lago.
L'album che dava il titolo al concerto è "In Cantus", una sorta di miscellanea, di anacronistica jam-session, tra parole di poeti illustri e musiche di grandi autori classici.
Devo doverosamente premettere che ascolto la sua musica fin da quando, bambino di quattro o cinque anni, prendevo di nascosto i vinile di mio padre - uno fra tutti "Ippopotami" - e da allora sono stato accompagnato dall'evoluzione della sua produzione che procedeva con la mia crescita. Ricordo la Pasqua nella quale mia madre mi regalò l'album "Blumun" e tutte i pomeriggi di studente liceale trascorsi con la Gibson a tracolla a suonare i suoi spartiti programmando la drum machine per rimanere a tempo. Ricordo le volte in cui ho "parlato" agli amici, ed alle ragazze, attraverso le sue canzoni che volteggiavano come icone potenti dentro la mia testa, e ne ho sempre avuta una pronta e adattissima a raccontare il dedalo di sentimenti che ho avuto dentro. Ricordo il sentimento simile al tradimento ogni volta che per un periodo più o meno lungo ho accantonato la sua musica per ampliare il mio panorama con generi differenti. (Ma la musica - si sà - è come le donne, più delle donne, una questione di elezione e si finisce sempre per tornare da chi si ama veramente, da chi ci somiglia).
Ora, certamente io capisco che la sua splendida professione di docente (che è una grazia per chi ha voglia di dirsi agli altri e per chi vuole lasciare che siano coloro che arriveranno dopo a completare il nostro lavoro "[...]
manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu") la porti a conoscere il lavoro dei grandi poeti e che i loro versi diventino compagni di ogni giorno; e comprendo che la ricerca musicale non termina con il pop o con il rock, ed anzi si fonda sui classici e procede dal loro insegnamento. E capisco, o cerco di capire, che non sempre si può esprimersi per sottrazione, giocando sul non espresso, sul sensuale "vedo e non vedo, dico e non dico".
Epperò non ne avevo voglia di sentire "appiccicare" Rachmaninoff, Vivaldi, la Patetica di Chajkowskij, Catullo e compagnia cantante intercalati da alcuni dei suoi pezzi di sempre.
Epperò non avevo voglia, io cresciuto a "lattepiù" e poesie di Montale, a pane e prosciutto e Alda Merini, a crostata di mele e Charles Bukowsky, io accompagnato dal suo rock schietto, easy e genuino di "Luci a San Siro", io non avevo voglia di sentirla parlare di "merdianate rocchettare" facilmente rimpiazzabili dagli archi (seppur encomiabili tecnicamente) dei Nu-Ork String Quintet.
Mi scusi, Professore, ma "più dell'amor potè il digiuno". Non ho potuto fare a meno di scrivere quel che ho pensato in una sera di fine estate, perché da allora ho in mente come una maledetta frattura fra il Professore di prima ed il Professore di "In Cantus".
« L'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono »
( Protagora, fr.1, in Platone, Teeteto, 152a)
P.s. Joe Strummer, Roger Waters, Kurt Cobain, John Petrucci, Jimmy Page e una nutrita compagnia ringraziano per le "merdinate rocchetare"?!